Sul grande tavolo rotondo di cristallo brunito, le bozze della mia nuova creatura di carta convivevano con i fogli dei dati economici e i grafici di vendita proposti dall’editore. Le proiezioni di mercato si sovrapponevano alle illustrazioni ad acquerello: immagini calde, pensate per catturare la curiosità e l’attenzione benevola dei ragazzi.
Avevo offerto quelle pagine stampate con l’orgoglio trepidante di chi svela un segreto custodito a lungo, sperando di vedere riflesso, nello sguardo di chi mi stava di fronte, lo stesso stupore che avevano acceso in me. Avevo accudito, mese dopo mese, ogni singola riga di quel volume illustrato, tessendo una trama sottile per sussurrare alle nuove generazioni il senso profondo del coraggio e della fragilità.
Per me quelle pagine costituivano fili invisibili e approdi necessari per anime giovani in cerca di una rotta nel buio. Per la casa editrice, invece, erano anche una scommessa che doveva trovare il proprio equilibrio economico.
L’editore stese la mappa delle proiezioni di mercato direttamente sopra i disegni. Con estrema pacatezza mi spiegò che, con quella foliazione e prezzo di copertina piuttosto elevato, il libro avrebbe faticato a trovare la sua strada. Per raggiungere gli scaffali delle librerie era necessario sfoltire il testo, stringere i margini e cercare un titolo ottimizzato per i motori di ricerca.
Concluse il suo ragionamento guardandomi negli occhi:
Un bellissimo sogno non commerciabile.
In quel preciso istante l’aria nella stanza si fece asfissiante. Sentii stringersi un nodo alla gola di fronte a quello che percepivo come un attacco diretto al mio valore.
La mia mente sollevò un argine immediato. Il tavolo di cristallo divenne un confine invisibile tra la cura dello spirito e le leggi della materia. Per difendermi, ridussi l’editore a un profilo bidimensionale: l’uomo dei numeri, un’ombra austera venuta a sacrificare la delicatezza del testo alla convenienza. Io, dall’altra parte, mi rifugiai nel ruolo rassicurante di unica paladina dell’onestà etica del libro.
Per qualche istante non vidi più la persona che avevo davanti. Sentii soltanto la ferita aperta da quelle dichiarazioni.
Stai togliendo il respiro naturale al lavoro di un intero anno.
Risposi, sforzandomi di trattenere l’amarezza che mi stringeva la gola.
Se ridimensioniamo il capitolo centrale sulla fragilità – la parte in cui il protagonista accetta e accoglie la propria debolezza e la paura di fallire davanti ai compagni di classe –, tradiamo l’attesa dei giovani soltanto per assecondare una formula astratta, di puro mercato.
Lui non replicò subito.
Il vuoto di parole inizialmente mi ferì. Poi l’editore prese la parola:
Silvia, stringere i margini e asciugare il testo non significa cancellare il messaggio. Se manteniamo questo prezzo di copertina, il libro rimarrà un oggetto d’arte sublime, ma troppo costoso per i ragazzi a cui vuoi parlare. Non arriverà mai a destinazione.
La frase incrinò l’immagine che avevo costruito.
Non potevo sapere, in quel momento, se la sua proposta fosse davvero la migliore. Il taglio continuava a sembrarmi una perdita. Eppure, quelle enunciazioni provenivano da una prospettiva concreta, legata al suo ruolo: trovare un equilibrio che permettesse all’opera di esistere nel mondo e di arrivare ai ragazzi ai quali desideravo rivolgermi.
Fino a quel momento, nei numeri avevo visto soprattutto ciò che il libro avrebbe dovuto perdere. Ora essi indicavano anche la possibilità che la monografia arrivasse davvero ai suoi lettori. Le dita dell’editore, che scorrevano sui costi, non mi apparvero più soltanto come un attacco al mio sentire.
Cominciai a intuire che il conflitto non stesse mostrando soltanto ciò che temevo di perdere, ma anche quanto quella ferita avesse orientato il modo in cui avevo ascoltato le sue affermazioni.
Seppur immersa in una quiete pesante, cercai un orientamento interiore per non cedere alla rabbia. Mi tornò alla mente una lezione di Carl Gustav Jung, che avevo fatto mia da tempo: il conflitto può diventare generativo, ma solo se si ha il coraggio di mantenere la calma e rimanere lucidi, guardando la propria anima senza filtri. Custodire la tensione, in quel momento, non significava rinunciare a difendere il libro; significava privarsi della certezza di essere l’unica a difenderlo.
La questione non poteva più ridursi allo spirito contro la materia, alla poesia contro il mercato. Il valore di quelle pagine non rendeva irreali i limiti economici, e questi ultimi non cancellavano ciò che temevo andasse smarrito.
Siamo tornati alle bozze. Insieme.
Abbiamo riletto i passaggi più densi, snellito il testo, sacrificato in parte le pagine sulla debolezza per salvare l’essenza del volume e cercato un titolo capace di viaggiare alla giusta velocità nel mondo attuale.
Non avevamo trovato una sintesi perfetta. Forse essa non esiste. Ma il libro era tornato al centro, fra noi.
Oggi, osservando il progetto definitivo, avverto un’ambivalenza concreta che ancora mi interroga. Resta dentro di me una sfumatura di rimpianto, un senso di perdita per quell’architettura iniziale e primordiale purezza che ho dovuto ridimensionare.
Al tempo stesso, sono consapevole che, in questo compromesso, l’opera abbia guadagnato una possibilità reale di incontrare lo sguardo dei ragazzi e abitare i loro silenzi, traboccanti di attesa feconda: una possibilità che non cancella la perdita e, vicendevolmente, una perdita che non cancella quell’opportunità.
Forse è questo che il conflitto fa più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere: porta alla luce ciò che, dentro di noi, chiede di essere visto; tuttavia, quella stessa luce può lasciare in ombra la complessità di chi abbiamo davanti.
Custodire la tensione non significa amare il conflitto né trasformare ogni rinuncia in una lezione necessaria. Significa, piuttosto, restare abbastanza lucidi dentro quello spazio non risolto e sufficientemente a lungo da riconoscere ciò che emerge, senza affrettarsi a sciogliere la tensione con una risposta.
Non so dire se, quel pomeriggio, avessimo trovato la soluzione migliore. So, tuttavia, che stavamo cercando, da prospettive diverse, di far arrivare lo stesso libro ai medesimi ragazzi. Per qualche istante, il dissidio aveva nascosto ciò che avevamo in comune.
Da quel confronto, il libro uscì diverso. La tensione rimase sul tavolo, ma non occupava più tutto lo spazio fra me e lui.
Continua il percorso
Prima di lasciare questa tensione, torna alla parola da cui è cominciato il percorso e all’immagine di qualcosa che viene posto davanti.
Leggi «Quando il conflitto diventa una soglia»
Per conoscere il suo percorso e gli altri contributi pubblicati in Emozioni, scopri Silvia Commodaro.
