Aveva trentotto anni e la vita che aveva conosciuto fino ad allora non riusciva più a sostenerla.

Usciva da una relazione lunga e dolorosa. Aveva rinunciato al desiderio di diventare madre. Anche il lavoro, che per anni le aveva dato motivazione e direzione, aveva perso significato.

«Tutto ciò che mi aveva sostenuta nella mia vita precedente, i saldi punti di riferimento, era scomparso.»

Olga parla di una sensazione di «sfacelo generalizzato». Eppure, a un livello più profondo, sentiva di essere giunta a un punto di svolta: la vita poteva offrirle l’occasione di rivedere il proprio modo di stare al mondo. Aveva sete di cambiamento e desiderava che la vita potesse finalmente sorprenderla.

Fu questa ricerca a condurla, attraverso una persona molto vicina, verso una scuola e un percorso di conoscenza interiore. Un mattino d’autunno entrò per la seconda o terza volta nel salotto di un uomo che, in quel momento, rappresentava per lei «il vento di cambiamento».

Aveva una sessantina d’anni ed era minuto. Lo sguardo penetrante, la voce profonda e calda, la presenza insieme severa e accogliente la toccavano come raramente le era accaduto.

L’uomo le propose una breve meditazione e le mostrò alcuni cuscini sui quali sedersi. Olga prese il primo, quasi per abbreviare quel momento e sottrarsi a uno sguardo che sentiva capace di metterla a nudo. Indossava jeans aderenti, poco adatti a sedersi a gambe incrociate. Non sapeva davvero che cosa significasse rilassarsi. Dentro di lei convivevano fiducia, curiosità, impazienza, imbarazzo e una sottile inquietudine.

Si sedettero di fronte.

L’uomo la invitò a chiudere gli occhi. Poi chiuse i propri.

Olga provò a seguire l’indicazione.

Le palpebre si riaprirono immediatamente.

Provò di nuovo.

Si riaprirono.

E ancora.

«Ma che diavolo mi succede? Perché non riesco a chiuderli? Avrò paura? Eppure non mi sembra. Non capisco.»

La stanza era tranquilla. La persona davanti a lei le ispirava fiducia e non la stava osservando. La mente non riconosceva alcun pericolo. Eppure gli occhi sembravano aver preso una decisione al posto suo.

Olga cercò di rassicurarsi, di convincersi, di eseguire quel gesto apparentemente semplice. Tutta la sua attenzione era concentrata sulle palpebre che continuavano a riaprirsi.

Non interruppe la pratica. Non disse che non ci riusciva. Continuò a opporsi a quel movimento.

Quella prima meditazione fu una battaglia silenziosa.

Una parte impartiva l’ordine.

Un’altra non lo eseguiva.

Un’altra ancora osservava, sbalordita.

Terminata la pratica, raccontò all’uomo che cosa era accaduto.

«Potevi lasciarli aperti.»

Lo disse senza attribuire all’episodio il peso che aveva assunto per lei.

La frase la lasciò attonita.

Fu la seconda grande sorpresa di quel mattino.

Per tutto quel tempo, chiudere gli occhi era diventato il problema da risolvere. Non le era venuto in mente di dire che non ci riusciva. Non aveva immaginato che la meditazione potesse continuare in un’altra forma.

Le parole dell’uomo non spiegarono perché gli occhi continuassero a riaprirsi. Fecero qualcosa di diverso. Spostarono l’attenzione: dal problema da risolvere alla possibilità di un altro modo.

Quella possibilità non chiariva però che cosa fosse accaduto.

Una lingua sconosciuta

Olga non può dire con certezza perché gli occhi continuassero a riaprirsi.

A posteriori ha pensato alla paura di esporsi, a una forma di nudità: restare a occhi chiusi davanti a una persona tanto significativa, dentro un incontro che desiderava e che, nello stesso tempo, la intimidiva. Ma rimane solo una possibile lettura.

«Era come se qualcuno mi parlasse in turco. Sapevo che mi stava dicendo qualcosa, ma non capivo che cosa.»

In quel momento, però, la dissonanza divenne impossibile da ignorare: la mente impartiva un ordine e gli occhi non lo seguivano. Nella lettura che ne dà oggi, in quella dinamica interferiva una componente emotiva di cui allora era solo parzialmente consapevole.

Per la prima volta, Olga riuscì a osservare con chiarezza la dissonanza fra segnali diversi che, pur manifestandosi insieme, non riusciva a mettere in relazione.

Di quale corpo stiamo parlando?

Quando nel corso della conversazione le proponiamo il titolo «Le cose che il corpo sa già», Olga si ferma.

«Di quale corpo stiamo parlando?»

La formula contiene già una separazione: da una parte il corpo che percepisce, dall’altra una mente che comprenderebbe in ritardo. Olga la mette in discussione. Anche la mente appartiene al corpo.

Olga oggi descrive quell’esperienza come la presa di coscienza dell’esistenza di livelli diversi — fisico, emotivo e mentale — ciascuno con un proprio linguaggio. A mancare, in quel momento, era per lei un centro capace di ricevere quei segnali e metterli in relazione. Come osserva, allora, la ricercatrice una scena simile?

Olga risponde con una sola parola:

«Constatando.»

Constatare, per lei, significa discernere ciò che l’esperienza rende evidente e ciò che resta interpretazione. Il rigore non riduce la portata dell’episodio: impedisce di costringerlo dentro una spiegazione più certa di quanto i fatti consentano.

Con lo sguardo di oggi, Olga definisce quel passaggio «un momento di verità». Non perché abbia finalmente chiarito perché gli occhi continuassero a riaprirsi, ma perché quell’esperienza le aprì gli occhi su tre cose: la mancanza di relazione fra quei livelli; quanto facilmente la sua attenzione potesse «perdere il Nord», trasformando un dettaglio nel problema centrale; e, attraverso le parole dell’uomo, il «sapore di un’altra possibilità».

Quella possibilità non cancellò i suoi automatismi e non le consegnò un metodo per interpretare ogni segnale. Le mostrò però che un’altra possibilità non si trovava oltre il problema, ma dentro ciò che il problema stava portando alla luce.

Quell’episodio alimentò la sua sete di cambiamento e rafforzò la decisione di continuare quel percorso. Non perché avesse finalmente compreso sé stessa, ma perché aveva scoperto quanto ancora non conosceva.

Se potesse tornare in quel salotto, Olga non offrirebbe alla donna di trentotto anni una spiegazione definitiva.

Tornerebbe per ringraziare le condizioni che resero possibile quell’esperienza: l’uomo che, con una frase, riportò l’attenzione all’essenziale e le restituì una direzione; la giovane donna che, mentre i suoi punti di riferimento stavano crollando, continuò a cercare; e infine proprio loro:

«Quegli occhi che non vollero chiudersi.»

Alla donna di allora direbbe soltanto:

«Brava. Continua così.»

Perché ciò che cercava in quel salotto non era una spiegazione. Cercava che la vita la sorprendesse.

E quella mattina la sorpresa arrivò in una forma apparentemente piccola: due palpebre che continuavano a riaprirsi e poche parole che suggerivano un altro modo.

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