Non tutto ciò che si oppone distrugge. A volte è proprio l’attrito ad aprire un passaggio.

con Loredana Filippi

La nostra vita ce lo propone sin dall’inizio.

Le contrazioni del ventre materno cominciano a bussare con sempre maggiore veemenza e qualcosa sembra volerci buttare fuori di casa. Le pareti si stringono e il tepore morbido che prima generavano si trasforma in aspra ruvidità che, comprimendo, spinge verso una soglia, seppure non ancora riconosciuta.

La parola conflitto evoca immagini di attrito, contrasto, opposizione e finanche guerra. Fazioni che si scontrano. Posizioni contrastanti e incompatibili.

A volte il conflitto si propone come un errore, qualcosa che non doveva succedere, un intralcio sul cammino. Un problema da risolvere per proseguire nel viaggio.

Ma se osserviamo bene il mondo intorno a noi, l’opposizione è ovunque.

Viviamo in un sistema polare: una differenza di potenziale permette il passaggio dell’energia fra i due poli di una lampadina e le consente di accendersi. Le parti si pongono l’una a specchio dell’altra e, in questo riflettersi, si riconoscono e tornano nel loro incontro a generare il nuovo.

Se tutto va liscio, funziona così. Ma quando il flusso si interrompe, le parti si oppongono, si dispongono l’una contro l’altra e finiscono col confliggere. È allora che l’attrito prende la forma di un problema.

Ma giochiamo un po’ con le parole.

Immaginiamo che la parola sia una scatola magica e proviamo ad aprirla: non per trovarvi una risposta definitiva, ma per scoprire quali immagini e quali domande custodisce.

La parola problema mi ha sempre incuriosita. Viene dal greco próblēma, derivato da probállō: porre davanti, proporre. È questa l’immagine che mi trattiene.

Non contro. Davanti.

Perché io possa vedere. Toccare. Decidere cosa farne.

Non mi assale alle spalle. Mi si para davanti come una soglia. Ciò che resta dietro, invisibile, può governarmi. Può governarci.

Quando compare davanti, non perde la sua asprezza. Ma smette di agire nell’ombra. Posso vedere dove sono. Posso scegliere il passo successivo. Non perché il problema sia già risolto, ma perché ora è davanti a me.

Forse il problema tiene insieme entrambe le cose: ciò che ostacola e ciò che si mostra.

La soglia non è la soluzione. È il punto in cui il prima non basta più e il dopo non ha ancora forma.

Non possiamo più fingere di non vedere. Non sappiamo se riusciremo ad attraversarla, né come.

La domanda, allora, non è una sola.

Che cosa il conflitto mi sta mettendo davanti?

Che cosa rivela di me, dell’altro, della relazione?

E che cosa continua a sfuggirmi proprio mentre credo di vedere più chiaramente?


Dietro le parole — con Loredana Filippi

Elaborazione editoriale della Redazione Emozioni a partire dal saggio inedito «Il conflitto come soglia» di Loredana Filippi.


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