Quante volte ci capita di parlare a lungo cercando di spiegare le nostre ragioni? Torniamo sull’atteggiamento dell’altra persona, lo soppesiamo, lo giudichiamo, ripetiamo i nostri concetti, insistiamo. Perdiamo energia. Mentre la conversazione va avanti, la distanza aumenta.

Sotto le nostre argomentazioni possiamo accorgerci che c’è qualcosa che fatichiamo a dire. Un «non sono d’accordo» dell’altra persona può arrivarci come un «non ti fidi di me», «non credi a quello che ho vissuto», «quello che penso non ha valore per te». E quando l’altra persona mostra dispiacere per la nostra posizione, possiamo viverlo come se, per restarle vicini, dovessimo rinunciare a ciò che abbiamo visto e sentito noi. Forse non ci sta chiedendo di rinunciare a nulla: siamo noi a viverlo così. Eppure, in quel momento, possiamo sentire minacciata la libertà di esprimere la nostra esperienza.

Così finiamo per difenderci, ciascuno da qualcosa che teme di perdere.

In altre conversazioni può succedere che riusciamo a scendere un po’ più in profondità. Mettiamo da parte, almeno per un momento, il bisogno di convincere l’altro e condividiamo ciò che abbiamo provato. Ascoltiamo come lui ha vissuto la stessa situazione e, a volte, scopriamo una prospettiva che non avevamo immaginato. Non necessariamente emerge una versione comune dei fatti. Ma può accadere qualcosa che ha un profumo migliore di un accordo: per un momento ci parliamo senza dover difendere tutto di noi. In quello spazio possiamo sentirci meno soli.

Un momento così, però, non dipende soltanto da noi. Possiamo mostrare una ferita e non trovare ascolto. Occorre chiedersi anche a chi ci stiamo mostrando e quanto spazio quella relazione offre a ciò che portiamo.

In Chi può permettersi di non trovare un accordo?, Giorgio Marzocchi e Pier Luigi Lattuada ci portano a osservare anche questo: un accordo può chiudere una controversia senza ricostruire una relazione. E quando una parte può permettersi di aspettare e l’altra no, qualcuno può accettare una proposta che non considera giusta.

È fra queste due possibilità — riuscire ad avvicinarci e scoprire che, questa volta, non ci riusciamo — che può cominciare la domanda sull’amore.

In Quando smise di chiamarmi Andrea, Andrea Tripodi racconta di aver posto al console una domanda sul rapporto fra lingua e appartenenza. Quando il console smette di chiamarlo «Andrea» e passa a «Dottor Tripodi», Andrea sente che la conversazione si è chiusa. Poco dopo, l’ambasciatore entra con lui nel merito della stessa domanda senza confermare la sua lettura. Andrea riconosce oggi anche il proprio bisogno di riconoscimento; questo non cancella la differenza fra i due incontri, né il peso dei ruoli nel primo. Oggi sceglierebbe con più attenzione a chi affidare la propria interiorità.

In Posso capirti senza darti ragione, Anissa Boschetti riesce a restare accanto a un’amica ferita pur vivendo gli eventi in modo diverso. Ascolta l’amica senza cancellare la propria percezione; si accorge anche della fretta con cui vorrebbe ritrovare l’armonia. Fra loro rimane qualcosa di irrisolto, eppure continuano a parlarsi.

Forse il passaggio dal Conflitto all’Amore comincia proprio qui. Quando chiediamo «mi dai ragione?», a volte stiamo anche chiedendo: «Se la pensi diversamente da me, riesci ancora a vedermi?». E quando siamo noi a non essere d’accordo, possiamo restare in relazione senza mettere da parte ciò che sentiamo?

Mentre ci avviciniamo al prossimo numero di Emozioni, dedicato all’Amore, ci domandiamo se sia possibile racchiudere questa parola in una definizione.
Per ora l’invito è di osservare momenti come questi: quando il desiderio di essere compresi si confonde con quello di avere ragione; quando riusciamo a dire «mi sono sentito ferito» e ad ascoltare come l’altro ha vissuto la stessa situazione; quando, invece, riconosciamo un limite e abbiamo bisogno di una distanza per custodire ciò che siamo.

Come distinguere la paura di non essere visti da una relazione in cui, davvero, non c’è spazio per noi?

E se il bisogno di essere visti ci impedisse, a volte, di vedere l’altro?

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