Fino a pochi secondi prima ero Andrea.
Poi diventai «Dottor Tripodi».
Non lo vissi come una forma di rispetto. Lo sentii come una distanza.
Avevo ventisei anni ed ero a Kiev come tirocinante presso l’Ambasciata d’Italia, con mansioni di addetto stampa. Mi ero laureato da poco e avevo scelto un tirocinio post-universitario, sicuramente di alto livello, ma pur sempre uno stage.
Ricordo una fredda mattina di febbraio. Andai a piedi verso l’Ambasciata, rompendo con i passi i cumuli di neve lungo il tragitto. Una delle mie mansioni era preparare ogni mattina un report sulle notizie nazionali e internazionali da consegnare ai diplomatici.
Quel giorno un articolo locale sulla diffusione della lingua russa in Ucraina mi fece fermare più del previsto. Ricordo bene la domanda che mi lasciò.
Una lingua è soltanto un idioma che usiamo per comprenderci, o porta con sé anche una cultura, una storia, un’appartenenza?
Stampai il report e iniziai il consueto giro degli uffici.
Quando entrai dal console, quella mattina, aveva tempo e voglia di parlare. Mi fece cenno di sedermi. Mi chiamava Andrea e scherzò sul mio essere il «filosofo d’Ambasciata».
Gli mostrai l’articolo e gli esposi il mio dubbio. Io insistevo sull’idea che dietro una lingua potessero esserci una cultura e un senso di appartenenza. Lui richiamava la complessità della storia dell’Europa orientale e, a un certo punto, liquidò la questione come materia da filologi.
Continuai a fare domande.
Il tono cambiò.
Ricordo il suo sguardo, che io percepii come obliquo, torvo, giudicante. Non posso sapere che cosa stesse pensando lui. Posso dire che cosa accadde a me: ebbi la sensazione che la conversazione si stesse chiudendo.
Poi cambiò anche il modo in cui mi chiamava.
Fino a quel momento ero stato Andrea.
Nella mia memoria, la frase suona ancora così:
Dottor Tripodi, siamo andati oltre.
Avrei voluto rispondere: «Sul serio?».
Non lo feci. Ero sul luogo di lavoro e i ruoli erano ben definiti. Rimasi in silenzio.
Mi sentii respinto. Lessi quel passaggio dal confidenziale «Andrea» all’istituzionale «Dottor Tripodi» come il modo di ristabilire una distanza. A me parve che, in quel momento, il ruolo fosse diventato più importante della domanda.
Uscii dall’ufficio.
Ricordo il corridoio verso la stanza dell’ambasciatore. Guardavo il soffitto e scuotevo il capo.
Non ero arrabbiato e non avevo dubitato di me stesso. Provavo piuttosto una sorta di compassione per quella che, ai miei occhi, appariva come una rinuncia alla libertà di esprimere il proprio pensiero.
Mi ripetevo che non avrei messo a tacere il mio spirito critico per convenienza.
Un conto è un compromesso, pensavo, un altro è una compromissione.
Mi sembrava che, in alcuni ambienti di lavoro, la personalità del singolo potesse essere schiacciata da ciò che chiamiamo «apparato», che fosse un’istituzione o un’azienda. Pensavo che un sistema del genere non aiutasse una persona a sviluppare le proprie facoltà, ma rischiasse di rattrappirle.
A distanza di anni, però, ho capito che quella scena diceva qualcosa anche dell’Andrea di allora.
Per me era fondamentale che il mio contributo venisse riconosciuto.
Ero appena laureato, avevo provato un concorso di dottorato senza vincerlo e mi trovavo dentro una struttura in cui i ruoli avevano un peso evidente. Non cercavo il giudizio del console su di me. Non ho mai pensato che un concorso vinto, un titolo o un passaporto diplomatico rendessero una persona migliore di un’altra.
Volevo però che ciò che portavo non venisse considerato soltanto «di funzione». Volevo che ci fosse spazio anche per il mio pensiero.
Pochi minuti dopo entrai nell’ufficio dell’ambasciatore.
Stesso report. Stessa inquietudine.
Questa volta, però, entrammo nel contenuto dell’articolo.
Con l’ambasciatore abbiamo avuto uno scambio di idee, non di giudizio. È tutta qui la differenza.
Ricordo il modo in cui mi guardava: comprensivo, distensivo. Entrammo nel contenuto dell’articolo e, di fatto, nel lavoro che ero andato a svolgere a Kiev. Non ero lì soltanto per raccogliere notizie, ma anche per interpretarle e provare a dare loro un senso.
Il mio contributo, in quel momento, non mi sembrò soltanto «di funzione». Aveva un’anima.
L’ambasciatore non trasformò la mia domanda in una verità e non confermò la mia lettura. La lasciò esistere abbastanza a lungo perché potessimo pensarci insieme.
Per me era questa la differenza: non la volontà di avere ragione, ma discutere insieme così che io potessi abbandonare la mia verità e il mio interlocutore la sua e, confrontandoci, magari trovarne una insieme, figlia di esperienze e competenze diverse.
Non la penso come te, ma dedico il mio tempo per conoscere e comprendere il tuo punto di vista. Questo, per me, fa la differenza.
Quei due incontri mi hanno fatto pensare che non sia il ruolo ottenuto nella vita a decretare l’importanza di una persona, ma il modo in cui quel potere viene esercitato.
Mi è rimasto anche un paradosso: ai miei occhi, la persona che occupava il ruolo più alto fu quella che ebbe meno bisogno di ricordarmelo.
Che cosa dice di noi il modo in cui esercitiamo il potere che un ruolo ci affida?
E quando quel potere diventa una distanza invece che una responsabilità?
In quei mesi scrissi anche un racconto. Una volpe si perdeva dentro una piramide in cui tutti gli animali erano terrorizzati da una presenza al vertice. La volpe, dopo aver attraversato quella struttura, li liberava insegnando loro a non avere paura.
Riletto oggi, quel racconto dice molto del modo in cui allora guardavo il potere.
Negli anni ho capito anche un’altra cosa: esiste un punto in cui insistere smette di essere soltanto ricerca dell’altro e diventa bisogno di essere riconosciuti. È, come l’ho definito, «un movimento dell’anima», una voce che urla al mondo: «Io esisto!».
Per me la scrittura è stata il luogo in cui quella voce ha imparato a riconoscersi.
Il foglio bianco è stato la mia mappa, la mia rosa dei venti: quando il nord mi sembrava perduto, ero libero di ridisegnarlo e, ritrovandolo, mi riconoscevo.
Oggi non insisterei con il console nello stesso modo. Ho imparato che esistono persone per ogni cosa, per ogni argomento, e che donare la propria interiorità a chiunque aspettandosi che venga accolta nello stesso modo può essere un errore. Bisogna anche saper preservare se stessi.
Ma la storia non finisce lì.
L’ultimo giorno del mio lavoro andai a salutarlo. Lui mi disse, più o meno, che avrei potuto tornare in Italia dicendo di avere fatto una bella esperienza.
Parafrasando Oscar Wilde, risposi: «Le esperienze altro non sono che i nostri errori».
Ricordo che rimase in silenzio.
Oggi considero quella risposta un errore, perché ho compreso che era carica di risentimento. Avevo ventisei anni e mi uscì spontanea, ma dentro c’era ancora qualcosa di quella distanza.
Se potessi parlare all’Andrea di allora gli direi di avere più calma, di guardare le persone per quello che fanno, non per quello che dicono e nemmeno per il ruolo sociale che occupano.
Al console, invece, non direi nulla.
E se oggi dovessi avere con lui un rapporto di lavoro, probabilmente sarei io a chiedere di mantenere una distanza.
Gli direi:
Può continuare pure a chiamarmi Dottore.
Non per il titolo. Perché oggi penso che non si debba consegnare la propria interiorità a chiunque.
Forse è protezione. Forse è un confine necessario. Forse alcune distanze continuano a lavorare dentro di noi anche quando pensiamo di averle comprese.
Resta una domanda:
Che cosa cambia davvero quando, dopo aver trovato una porta chiusa, siamo noi ad avere la possibilità di decidere chi può entrare?
Le battute e le formule attribuite ai protagonisti sono ricostruite dall’autore a distanza di anni sulla base del ricordo e non costituiscono una trascrizione testuale.
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