Una serratura viene forzata. Il gesto dura pochi minuti. La mediazione, invece, si trascina a lungo. A un certo punto le proposte diventano ragionevoli, almeno sul piano economico, ma non servono più.
Non perché manchi una possibile sistemazione degli interessi, secondo il mediatore, ma perché il conflitto sembra aver cambiato oggetto.
Che cosa si sta negoziando, allora: un immobile, un’offesa, o il bisogno che qualcuno paghi?
I. Quando ciò che ha fatto nascere il conflitto non è più ciò che lo tiene in vita?
GIORGIO MARZOCCHI
Mi viene in mente una mediazione che mi è rimasta particolarmente impressa. Riguardava una successione ereditaria e si è protratta a lungo, senza arrivare a un risultato positivo. Avevo confidato anche nel fattore tempo, ma non è sempre vero che il tempo rimargini le ferite o renda le persone più disponibili a comprendere le ragioni degli altri.
Uno degli eredi, pressato da uno sfratto ormai in fase esecutiva, era entrato senza il consenso degli altri in un appartamento del patrimonio ereditario, da tempo sfitto e inutilizzato. Aveva forzato la serratura. Dal suo punto di vista si era trovato costretto a entrare in un immobile che era anche suo; per gli altri coeredi quel gesto era diventato il segno di una prepotenza.
Da quel momento hanno rifiutato ogni proposta di definizione amichevole proveniente da lui, anche quando era ragionevole e aderente alle condizioni di mercato. Anche se non posso esserne assolutamente certo, ritengo con ogni probabilità che il fallimento della mediazione sia dipeso anche da questo: l’offesa non era stata cancellata e, a un certo punto, ho avuto la sensazione che per gli altri coeredi l’obiettivo fosse diventato anche punire il responsabile di quel gesto. La mediazione è terminata con esito negativo.
PIER LUIGI LATTUADA
Talvolta ascolto, empatia e disponibilità non bastano. Ci sono situazioni in cui una persona non desidera realmente il dialogo oppure non è ancora pronta ad assumersi la propria parte di responsabilità.
Ciò che si è costretti a riconoscere è che non tutto dipende dalla qualità della propria presenza; non si può trasformare un conflitto da soli; il cambiamento richiede disponibilità reciproca.
La vera trasformazione, in questi casi, consiste nell’accettare il limite della propria azione: non siamo onnipotenti.
GIORGIO MARZOCCHI
Ho dovuto riconoscere che l’obbligatorietà della mediazione e le tecniche che il mediatore può mettere in atto possono essere del tutto inutili e inefficaci per la risoluzione amichevole se non c’è, da parte dei soggetti coinvolti e dei loro avvocati, la volontà di cercare in buona fede una soluzione non giudiziale e prevalgono invece rivalsa o punizione.
II. Un conflitto deve per forza trasformarci?
PIER LUIGI LATTUADA
Credo che ogni conflitto possa insegnare qualcosa, ma non tutti debbano essere abitati fino in fondo. Una soglia apre a una maggiore consapevolezza, anche se dolorosa. Una trappola, invece, è quando il conflitto si ripete identico, consuma energie, alimenta dipendenza o violenza senza produrre crescita.
Il criterio potrebbe consistere nel chiedersi: se rinunciassi alla mia convinzione, cosa succederebbe?
Siamo veramente liberi quando possiamo anche non fare quello che stiamo facendo, non pensare quello che stiamo pensando.
Quando siamo in grado di tollerare la diversità e accettare il conflitto senza volerlo risolvere.
GIORGIO MARZOCCHI
A mio parere da tutti i conflitti è necessario uscire. Il problema è come.
Se le parti riescono a uscire dal conflitto con un accordo, possono semplicemente aver raggiunto una nuova regolamentazione dei loro rapporti, un nuovo assetto dei diritti e degli obblighi reciproci. Hanno risolto il loro problema.
Raggiungere un accordo non significa necessariamente che le parti abbiano ricostruito una relazione amichevole. Questa, sì, sarebbe una trasformazione; nella mia esperienza, però, è una situazione che ho riscontrato molto raramente.
Non mi pare che la soluzione del conflitto comporti necessariamente una trasformazione delle persone.
III. Un accordo può essere ingiusto? E quando fra le parti esiste una forte disparità di potere, chi rischia di pagare il prezzo della pace?
GIORGIO MARZOCCHI
Una trattativa può essere profondamente asimmetrica anche quando entrambe le parti siedono formalmente allo stesso tavolo. Il potere si manifesta in più forme. La disparità più evidente è economica, ma può essere anche informativa o emozionale.
Chi dispone di maggiori risorse può affrontare con più sicurezza i costi, i tempi e i rischi di un giudizio. Può disporre di maggiori risorse anche nella scelta dei consulenti tecnici e degli avvocati e ha spesso un migliore accesso alle informazioni che consentono di prevedere gli esiti della causa. Dall’altra parte c’è chi non può permettersi di aspettare.
Alla domanda su chi rischi di pagare il prezzo della pace, la risposta più semplice è proprio questa: la parte debole. Chi ha bisogno che la controversia finisca può trovarsi davanti a una proposta che non considera giusta, ma che diventa difficile rifiutare perché l’alternativa è attendere anni, sostenere costi e accettare l’incertezza del giudizio.
A volte la partecipazione della parte forte è soltanto formale: è presente, ma non formula proposte realmente praticabili. In altri casi ho l’impressione che proprio la dilazione sia uno degli obiettivi della parte forte: chi può attendere anni affronta la trattativa da una posizione diversa da chi non può farlo.
La parte debole è chi non può permettersi di attendere i tempi del giudizio.
PIER LUIGI LATTUADA
Sì. Quando il potere è fortemente sbilanciato, la riconciliazione rischia di essere richiesta soprattutto alla parte più vulnerabile, che finisce per rinunciare alla propria voce pur di ristabilire un’apparente armonia. Una pace autentica non può chiedere alla vittima di farsi carico, da sola, del peso della relazione.
La pace non coincide sempre con la giustizia.
IV. Chiediamo ora a Giorgio che cosa accade quando il mediatore si accorge che quell’asimmetria sta condizionando la trattativa. Fino a dove può restare neutrale?
GIORGIO MARZOCCHI
Quando ciò accade, il mediatore, anche quello cosiddetto facilitativo, che limita al minimo il proprio intervento sulla trattativa, deve intervenire in modo attivo, pur senza sovrapporsi al ruolo del difensore della parte debole, che un difensore ha già.
Il momento è particolarmente delicato. Gli strumenti sono quelli del mestiere: gli incontri separati, nei quali da un lato si può incoraggiare la parte debole a riappropriarsi della capacità di negoziare e, dall’altro, sottoporre la parte forte a un test di realtà, mettendola di fronte ai possibili rischi di una causa.
Ma anche questo intervento ha un limite. Se, nonostante queste tecniche, il mediatore non riesce a riequilibrare la forza delle parti, per me è meglio chiudere la procedura con esito negativo.
Solo così ritengo si potrà evitare di diventare complici del ricatto della parte forte.
V. A Pier chiediamo: quando andare oltre la contrapposizione rischia di attenuare una responsabilità concreta?
Nella Biotransenergetica, Pier Luigi Lattuada parla di un «Modo Ulteriore» capace di superare le polarità dell’Io.
PIER LUIGI LATTUADA
Il Modo Ulteriore invita a trascendere e includere, ma va compreso. Trascendere non significa neutralizzare le differenze né sospendere il giudizio etico.
Il «Modo Ulteriore» non dovrebbe cancellare la distinzione tra vittima e aggressore, né rendere irrilevante la responsabilità personale.
Il limite si colloca nel momento in cui il linguaggio della trascendenza diventa un modo per evitare il confronto con la verità, la giustizia o il dolore concreto.
Andare oltre le polarità non significa metterle tutte sullo stesso piano, ma attraversarle senza perdere il senso della responsabilità. Espandere creativamente la coscienza e attingere ad uno spazio dove si vede ciò che prima non si vedeva, dove si scorge oltre il conflitto il messaggio, l’opportunità, la soluzione che, come dicevamo, può anche essere prima di tutto l’accettazione del conflitto stesso.
VI. Che cosa resta quando non ci riconciliamo?
GIORGIO MARZOCCHI
Da mediatore civile, e non familiare, devo fare una precisazione: dopo un verbale di mediazione con esito negativo non so che cosa accada davvero alle parti. Nessuno è mai tornato da me a raccontarmi che cosa ha fatto dopo. Con ogni probabilità molti conflitti si spostano davanti a un giudice, ma non credo che tutte le mediazioni negative finiscano necessariamente in tribunale.
In una parte, a mio avviso non piccola, delle procedure, la mediazione è servita a chiarire meglio le rispettive posizioni e a delimitare il perimetro del conflitto. Le parti possono arrivare a comprendere meglio la posizione, i valori, la visione del futuro dell’altro.
E a questa comprensione può accompagnarsi il riconoscimento di una possibile verità diversa dalla propria, delle ragioni profonde della diversità delle posizioni.
PIER LUIGI LATTUADA
L’accettazione è alla base di qualsiasi soluzione. Se non accetto una situazione, non posso nemmeno cambiarla. Quindi, per prima cosa, dovremmo accettare che ci possa essere un accordo o meno, una comprensione o meno.
L’accettazione è la soluzione delle soluzioni ed è alla base del rispetto per l’altro e per sé stessi. La comprensione non obbliga alla condivisione.
A volte il risultato più maturo è riuscire a dire:
Comprendo la tua posizione, ma non posso farla mia.
In questo spazio possono convivere dignità, distanza e assenza di ostilità.
Resta una domanda:
Se nessuno si è riconciliato e nessun accordo è stato firmato, come riconoscere se qualcosa è comunque cambiato?
Questa lettura ti ha lasciato qualcosa?
Per conoscere il suo percorso e gli altri contributi pubblicati in Emozioni, scopri Pier Luigi Lattuada.
