Un messaggio molto diretto: «Vorrei vederti per parlare di questa cosa».
Anissa accetta e la raggiunge in riva al lago, non lontano da casa dell’amica. Si siedono su una panchina. Prima parlano del più e del meno. Poi l’amica comincia a raccontarle perché si è sentita esclusa.
Anissa la guarda negli occhi, annuisce, fa domande. Cerca di mantenere il corpo aperto, di non mettersi sulla difensiva. Anche il luogo dell’incontro, per lei, ha un significato: raggiungerla vicino a casa è un movimento di avvicinamento, un segnale di apertura.
E soprattutto arriva con un’intenzione precisa: «Io sono già arrivata pronta a gestire questo conflitto».
Mentre ascolta, però, dentro di lei compare anche una frase che non pronuncerà: «Oddio, anche meno». Non mette in discussione ciò che l’amica prova. Semplicemente, lei non avrebbe vissuto quei fatti nello stesso modo.
Le due cose possono stare insieme? È la domanda che attraversa il dialogo.
Che cosa portavi con te quando ti sei seduta su quella panchina?
Sicuramente avevo molto a cuore il mio essere una persona empatica, una persona che gestisce bene le cose. In queste situazioni emerge molto il mio perfezionismo e faccio fatica a convivere con il senso di colpa quando penso di aver fatto un torto a qualcuno.
Mi mette molto a disagio anche la possibilità di essere percepita come egoista. La mia sicurezza, per esempio, può essere letta in un modo diverso da come la vivo io. E una delle cose che mi fa stare peggio è proprio l’idea di essere il cattivo della storia, la persona che mette in difficoltà gli altri.
Per me l’armonia è fondamentale, tanto che Armonia è anche il nome del mio album. È importante il benessere delle altre persone e questo, molto spesso, mi porta a voler gestire le situazioni ancora prima che siano state espresse fino in fondo.
Quel bisogno di gestire bene il conflitto riguardava anche l’immagine che volevi avere di te?
Sì. Sono assolutamente cosciente che il mio perfezionismo ha un lato egoista e quindi un lato legato all’apparire.
Io voglio che la mia immagine venga percepita dagli altri come empatica, corretta e che non ferisce.
E quindi sì, il mio desiderio di ritrovare rapidamente l’armonia ha anche un sottotono di people pleasing. Non credo ci sia nulla di cui vergognarsi.
Hai detto che su quella panchina hai pensato: «Oddio, anche meno». Come può stare insieme al tentativo di riconoscere quello che la tua amica stava provando?
Per me stanno insieme. Ci sono sempre molte sfaccettature della realtà. Credo che ciò che una persona prova vada riconosciuto.
Non credo sia possibile abbandonare al cento per cento la propria percezione.
Nel caso specifico, quella sensibilità non mi appartiene nelle stesse dimensioni. Non ho una ferita legata al senso di esclusione dal gruppo, quindi io quella situazione non l’avrei vissuta allo stesso modo. Posso perfino sbuffare dentro di me. Ma posso anche riconoscere che, per lei, quell’esperienza era reale.
Non ho nessun diritto di dire che la mia esperienza sia più importante della sua, né di sminuirla o mancarle di rispetto.
Per me questa è una responsabilità individuale: provare, per quanto possibile, a mettersi nei panni dell’altro. Questo non significa abbandonare sé stessi né dover concordare con tutto quello che l’altra persona esprime.
«Oddio, anche meno» è una forma di arroganza che qualche volta mi sale nel retro della mente. Non la considero utile alla discussione, quindi scelgo di non dirla.
Che cosa succede quando l’altra persona resta ferita e tu non puoi né convincerla né riparare subito?
Anni fa questo sarebbe stato un grande problema. A seconda dei contesti potevo reagire in modi opposti: arrivare quasi a trattarmi da zerbino pur di recuperare il sostegno dell’altra persona, oppure insistere con una forma di autoconvincimento arrogante, dicendomi: «Vabbè, ha sbagliato».
In un caso sacrificavo me stessa; nell’altro cercavo di convincermi che il problema fosse tutto dall’altra parte.
Più recentemente riesco semplicemente ad accogliere che siamo tutti diversi. Il fatto che una ferita non si possa riparare subito continua a farmi male, ma non sento più lo stesso bisogno di chiuderla immediatamente.
Riesco a stare.
Questo verbo, stare, per me è diventato fondamentale. Sto imparando a convivere con il discomfort, con il fatto di non avere una situazione risolta in quattro e quattr’otto.
Quando si cerca di far andare tutti d’accordo troppo in fretta, qualcuno ci rimette. E tendenzialmente, nel mio caso, cerco di essere io quella persona.
Oggi quella relazione è diventata molto più forte. Che cosa hai imparato da ciò che può restare aperto anche in una relazione così?
Quella discussione è stata il primo vero confronto tra noi. Negli anni ce ne sono stati altri e hanno aperto un sistema di fiducia che oggi ci permette di essere davvero sincere l’una con l’altra. Siamo diventate, come dico io, «non amiche, di più».
Ma quello che mi porto a casa da quel conflitto è anche che ci sono cose che non possono essere risolte. Il discomfort parla spesso della parte più umana e più intima di ognuno di noi. A un certo punto può essere necessario mettersi il cuore in pace anche con una differenza, con un disagio che resta tra due persone.
Io posso non sentirmi completa dopo una discussione e posso non sentirmi validata.
Nel dialogo tra due persone non c’è mai soltanto quel conflitto: c’è un passato, c’è un presente, c’è una forma mentis.
C’è un modo personale di stare nelle relazioni. Io porto con me il perfezionismo, il bisogno di risolvere e anche il bisogno di non sentirmi il villain della situazione.
L’altra persona porta una storia diversa.
Resta una domanda:
Quanto della fretta di fare pace riguarda davvero la relazione, e quanto riguarda il bisogno di tornare a sentirci dalla parte giusta?
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Che cosa accade quando comprendere l’altro non basta a trovare un accordo, e quando entrano in gioco tempo, potere, responsabilità e i limiti stessi della mediazione?
Chi può permettersi di non trovare un accordo?
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Per conoscere il suo percorso e gli altri contributi pubblicati in Emozioni, scopri Anissa Boschetti.
