Quando mi è stato chiesto di guardare al conflitto attraverso cinque opere, sono tornate alla mente immagini molto diverse fra loro: una sentinella che preferisce tacere, una dea che abbassa lo sguardo, una trottola che continua a girare, un uomo rimasto nell’ombra di un abbraccio, Francesco che chiama «sorella» persino la morte.
Opere lontane per epoca, linguaggio e visione del mondo, che continuano però a interrogarmi anche attraverso la mia esperienza.
Non cerco in esse cinque spiegazioni del conflitto. Mi interessa piuttosto sostare davanti a ciò che ciascuna rende visibile e alle domande che continua a lasciare dentro di me.
I. Agamennone, Eschilo
Quando la guerra finisce, ma qualcosa resta
Da un anno ormai la sentinella veglia tutte le notti sul tetto del palazzo di Argo, aspettando di scorgere un fuoco ardente: è questo il segnale pattuito per annunciare la caduta di Troia e la fine del conflitto dei principi greci contro i Troiani.
Ed ecco che, finalmente, si scorge la luce tanto attesa: la guerra è terminata e Agamennone, il re di Argo, può tornare a casa da vincitore!
La gioia, però, si spegne subito: dopo l’entusiasmo del lieto annuncio, la sentinella preferisce tacere. «Un grosso bue» pesa sulla sua lingua: qualcosa di tremendo è infatti accaduto mentre il re era lontano e l’atmosfera nella reggia è densa di cupi presagi.
Tutto deve ancora accadere, eppure il triste presagio cancella la luce dell’annuncio, soffoca la gioia dei festeggiamenti, toglie ogni spazio alla speranza.
Il sacrificio della figlia Ifigenia e l’oltraggio di tornare a casa con la schiava Cassandra verranno presto lavati con il sangue dal complotto ordito dalla regina Clitennestra e dal suo amante, Egisto.
Il conflitto, inteso come guerra, è terminato, ma le conseguenze delle azioni di Agamennone e i propositi di vendetta contro di lui avvolgono i silenzi dei protagonisti come una nera nebbia.
Nella reggia aleggia il presentimento della morte, anche se Agamennone è ancora vivo.
Le bocche restano serrate, ma quei silenzi non fanno forse più rumore del lieto annuncio giunto da una fioca luce lontana?
II. Atena pensosa
Quando la forza abbassa lo sguardo
Nella grande sala del Museo dell’Acropoli di Atene, tra numerosissime altre splendide opere d’arte, si manifesta il mistero di una piccola stele che raffigura la dea Atena: come in un gioco di specchi, anche la divinità, con il capo reclinato e appoggiato alla sua lancia, sta a sua volta osservando una piccola stele, di cui non si vede però l’iscrizione.
Mi piace leggerla come un monumento funebre, che forse celebra la morte in guerra di un giovane oplita ateniese: una vita sacrificata sull’altare dell’espansionismo militare ed economico della polis attica, che in quel momento storico stava per raggiungere la sua massima espansione territoriale.
Osservando l’immagine di Atena, sono i particolari della bocca chiusa nel silenzio e del capo inclinato e appoggiato alla lancia (non più strumento di guerra, ma semplice sostegno al dubbio, all’incertezza e alla stanchezza), che aprono nuovi scenari di riflessione.
Atene, simbolo della cultura occidentale, è all’apice del suo splendore: il conflitto rompe gli equilibri e qualcosa sfugge alla semplicità di una narrazione che celebra la vita e la morte. Nella mia lettura, la dea sembra quasi intuire ciò che sta per accadere e riflette sulla fine della civiltà attica.
Colpita da eventi inattesi, inspiegabili secondo le limitate capacità umane e proprio per questo ancora più difficili da accettare, la personificazione della forza si ferma a riflettere, abbassa la fierezza dello sguardo e si rende conto della caducità e dell’illusione della propria potenza.
Che cosa leggiamo, allora, in quel capo piegato: sconfitta, stupore disincantato, incapacità di comprendere, forse amaro pentimento per il male compiuto?
III. Inception, Christopher Nolan
Ciò che continua ad abitarci
Sogni che sprofondano in nuovi sogni, come in un fragile castello di carte, in cui è quasi scontato cadere, con il rischio palese di restarvi imprigionati. Così mi viene spontaneo ricordare quel film.
Tra i vari livelli dei conflitti tra i personaggi che si intrecciano nella trama, il più intrigante è quello tra Cobb, il protagonista, e l’immagine della moglie Mal che continua ad abitare i suoi sogni. Alla ricerca di una vita autentica nella finzione onirica, il conflitto tra il disincanto della veglia e il fascino dell’immaginazione, alla fine, ha sovvertito tutti i piani.
Perso nella trama della mia vita, anche io faccio spesso fatica a distinguere sogno e realtà. Nella scena che più mi ha colpito, Mal si sfila una scarpa, la lascia cadere nel vuoto, credendo così immergersi finalmente nella vita autentica. Invece cade per sempre nella trappola del sogno.
E proprio in quella scena tocco con mano l’impossibilità di distinguere illusione e realtà, sogni e risvegli. Percepisco che il sogno, che esorcizza la mia paura di perdere per sempre la mia meravigliosa consorte, imprigiona la realtà in un eterno ricordo: come un despota maligno, il mio sogno a occhi aperti condiziona anche la gioia vera di assaporare ogni cambiamento nel flusso della vita.
Resta solo il dilemma estremo: forse Cobb sono io, incerto tra continuare a restare rapito da un’immagine, inesorabilmente legata al passato, o affrontare la realtà che è anche cambiamento e risveglio dal sogno. Chi saprebbe rispondere, se poi ti restano negli occhi solo le inquadrature finali del film, in cui la trottola gira e non si sa quando, e se, si fermerà?
IV. Il ritorno del figliol prodigo, Rembrandt
Chi resta fuori dall’abbraccio
Sebbene siano ormai numerose le mie primavere, non sono ancora riuscito a visitare il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo: un sogno che spero presto di poter realizzare. Mi accontento dunque di ammirare il famoso dipinto di Rembrandt nelle immagini che ho a disposizione.
Una lettura immediata dell’opera mi ha sempre portato ad ammirare la grazia con cui il pittore olandese è riuscito a descrivere il perdono come un balsamo per tutte le miserie della vita, nella gioia sublime della riconciliazione e nella certezza che mai nulla vada perduto nelle relazioni umane. Ripercorro così i momenti in cui anche io, come padre, ho perdonato teneramente i miei figli, ma presto tutto si ribalta, quando mi tornano in mente gli episodi in cui fui io a dover assumere la posizione inginocchiata in primo piano.
Di fronte a ogni eccelsa opera d’arte, però, uno sguardo frettoloso rischia di far perdere particolari fondamentali, capaci di mettere in discussione una prima lettura del capolavoro.
Dietro il luminoso abbraccio, nell’ombra del secondo piano del dipinto, quasi timoroso di rovinare la scena, la figura tradizionalmente identificata come il figlio maggiore assiste alla riconciliazione con un atteggiamento che è difficile leggere. Quali sentimenti starà provando? Gioia per il fratello, oppure un senso di esclusione? Oppure il risentimento per tutte quelle volte in cui quell’abbraccio non gli è mai stato donato, forse perché il bene del padre era considerato scontato? Può un momento di sublime comunione escludere chi palpita nell’ombra dietro di noi? Questo mi interroga nel profondo e mi spinge a inginocchiarmi ancora…
V. Cantico delle creature, Francesco d’Assisi
Chiamare sorella ciò che non possiamo evitare
Mi affascina pensare che uno dei testi più antichi della lingua in cui io mi esprimo sia stato composto da San Francesco poco prima di lasciare la vita. Come se fosse la radice stessa della cultura in cui io sono immerso anima e corpo. Già, il corpo…
Alla fine del Cantico San Francesco parla della Fine: loda il Signore per coloro che sanno perdonare, che sopportano malattia e sofferenza, e poi «per sora nostra morte corporale».
Il santo stesso si trova vicino a questo momento estremo della sua vita: quale forza, se non una fede divina, può permettergli di lodare Dio per il dolore e la morte, definendola addirittura «sorella»? Il male non viene cancellato: nella sua fragilità, Francesco lo contempla in tutta la sua tremenda verità, ma, come un fiore, dal male spunta la gratitudine a Dio e la speranza del riscatto, grazie al dono divino della vita eterna.
Il suo Cantico non elimina il dolore dell’esistenza, lo abita e lo redime in uno sguardo che va oltre l’umanità. Il corpo materiale resta esposto alla sofferenza e alla morte; nella fede di Francesco, però, anche la morte può essere chiamata sorella e attraversata nella speranza della resurrezione.
Forse passa proprio dall’annullamento dell’io, dei miei desideri, delle mie elucubrazioni e dei miei giudizi, la strada verso il sublime e la speranza della redenzione?
Cinque opere, cinque modi diversi di sostare nel conflitto e nelle domande che porta con sé.
Ma resta una possibilità ancora più scomoda: che un conflitto possa finire senza poter essere davvero lasciato alle spalle.
È da questa crepa che entra nella mappa lo sguardo di Indro D’Orlando.
FUORI MAPPA
V. Il Signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien
Quando la guerra finisce e il conflitto restae
di Indro D’Orlando
Sono stato ferito troppo profondamente, Sam.
dice Frodo al suo fedelissimo compagno.
È una frase essenziale ma potentissima: la guerra è terminata, il male è stato sconfitto, e tuttavia Frodo non è guarito.
Con la Guerra dell’Anello, Tolkien nel suo capolavoro rappresenta un conflitto che non può essere risolto con la vittoria militare. La vera guerra si svolge nell’interiorità delle creature: è la lotta tra il desiderio di dominare e la capacità di rinunciare al potere.
L’Anello rende visibile questo conflitto interiore. Persino chi combatte contro Sauron può essere tentato di utilizzare la sua stessa arma, convincendosi di poter esercitare il potere «a fin di bene». Boromir, Galadriel e soprattutto Frodo mostrano quanto sia sottile il confine tra il combattere il male e il lasciarsi trasformare da esso.
La distruzione dell’Anello pone fine alla guerra, ma non cancella le ferite che essa ha prodotto. Frodo ritorna nella Contea senza riuscire più a ritrovare la pace di prima.
Il conflitto esteriore si è concluso; quello interiore continua.
Quando possiamo dire, allora, che un conflitto è davvero finito?
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Continua il percorso
Prima di lasciare questa mappa, il percorso cambia spazio: dalle opere al lavoro, dove il conflitto prende una forma quotidiana e concreta.
Non stiamo parlando della stessa cosa
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