Non posso non ricordare il famoso episodio della Genesi, in cui Adamo è chiamato a dare un nome a tutte le creature create dal Signore (Genesi 2:19-20).

Dio gli porta davanti gli animali e aspetta. Non li nomina lui. Aspetta l’uomo.

Cosa significa dunque «dare un Nome» alle cose?

Finché le cose non hanno un nome, restano confuse, indistinte, e il «non vedere» genera paura.

Dare il nome non è etichettare. È riconoscere l’essenza.

Ad esempio: «Leone» non è solo suono. È forza, re, pericolo, rispetto. Quando dai il nome, stabilisci quale relazione avrai con quella cosa.

È il potere di creare ordine dal caos.

Prima di Adamo c’era solo «il creato». Dopo Adamo c’è «il mondo»: ovvero tante cose messe in relazione.

È lo stesso che succede dentro di noi.

Finché le emozioni, i pensieri, i problemi non hanno nome sono «caos».

Quando nomini le cose, le metti davanti a te, le osservi, le misuri. Ti accorgi di non essere quelle (o «solo» quelle).

Soprattutto, le ordini: nasce il tuo «mondo interiore». Qualcosa di abitabile.

Così dalle «cose» nasce il mondo. Un insieme con nomi, confini, relazioni.

E quando il càos diventa mòndo, puoi respirarvi dentro.

Per questo, una crisi o un conflitto non è un errore da cancellare. È un Significato che chiede di essere letto.

Quando lo leggi, lo scopri, lo riconosci, il conflitto smette di essere «rumore», disturbo, e diventa «messaggio». Un messaggio che ti indica la direzione.

Il Nome, quello nascosto che chiede di nascere ma a volte anche quello che ci accompagna nella vita e nella nostra «identità», porta dunque il Significato. Che è Signum, impronta, l’indicazione della via.

Non è destino: è bussola.

Per questo io dico: il Significato partorisce il Senso, o nuova direzione, del cammino.

Spesso il conflitto non chiede di essere risolto. Chiede di essere attraversato. E quando lo attraversi, qualcosa in te prende un nome che prima non aveva.

Testo tratto dal saggio inedito «Il conflitto come soglia» di Loredana Filippi.

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