Entrano i soldati.

Sfilano sul palcoscenico. Noi invece siamo seduti dal lato opposto, su comode poltroncine di velluto rosso.

Attenti assistiamo a L’elisir d’amore che prende vita di fronte a noi. Piano piano la musica dalla buca si prende tutto lo spazio di cui ha bisogno, infilandosi in ogni fessura del teatro.

Ha un compito ben preciso: annunciare Belcore, baritono e buffo militare. Solo così può iniziare il gioco.

Prima di continuare, ascolta.

Che Belcore ti fa immaginare questa musica, prima ancora che inizi a cantare?

Donizetti ci anticipa l’esuberante personalità del sergente ancor prima che Belcore apra bocca. Alle pagine orchestrali che precedono l’aria d’ingresso Come Paride vezzoso è affidato il compito di presentare il carattere del militare.

Il ritmo marziale saltella di battuta in battuta e, sostenuto dal suono dei tamburi, crea un andamento fiero e deciso. La musica è celebrativa, forse esageratamente trionfale.

Riesco quasi a prefigurarmi il paffuto signore con tanto di baffi e divisa, «vedo» un accenno di pancia. Nella mia mente è già sul palco: oramai ci conosciamo, non resta che vederlo con i miei occhi.

La musica risveglia la fantasia e noi iniziamo così il disegno: dipingiamo un primo schizzo del viso del sottufficiale, scegliamo i colori come Donizetti ha scelto gli strumenti.

Tutto si connette: musica e mente si fondono ed entrano in una relazione silenziosa, leggera. Più la melodia procede, più i dettagli fisionomici del protagonista si fanno chiari nella mia testa.

Ci siamo.

E ora che il militare sta per fare il suo solenne ingresso, mi chiedo se la musica sia riuscita a restituire l’immagine che si è formata nella mia mente.

Ed ecco Belcore, sicuro e pieno di sé, quasi comico.

Inizia il dialogo.

Cerco risposte, forse conferme, sul palcoscenico.

Donizetti gli cuce la musica addosso e, nota dopo nota, il cantante si infila nella melodia fondendosi e diventando un tutt’uno con gli strumenti.

La scrittura del compositore bergamasco lascia emergere diverse sfumature del carattere di Belcore, pur dandogli sempre un’impronta ben definita. Per questo il cantante può sentirsi libero di indagare le varie sfumature comportamentali del sergente, forte della consapevolezza che la musica lo sosterrà sempre.

Può permettersi il lusso di ballarci dentro a suo piacimento, restando però ancorato alla partitura.

Ha vinto la musica.

Il ritratto è preciso: il bozzetto che avevo immaginato ha finalmente preso forma sul palcoscenico. È lui, non ci sono dubbi.

L’iniziale raffigurazione solo melodica trova conferma nell’interprete: nelle movenze, nell’uso della voce, nei gesti. C’è una coerenza stupefacente tra musica e personaggio: l’una completa l’altro e tutto si muove insieme.

Il tema di Belcore ci porta così a ciò che avviene spesso nei rapporti umani.

I gesti, il linguaggio del corpo e le movenze sono come note e segni dinamici ed espressivi scritti sullo spartito e, esattamente come per il soldato nell’Elisir, ci sembra che sussurrino qualcosa del carattere ancor prima che l’altro possa aprir bocca.

Donizetti conosce già il personaggio: è la sua creazione. Noi no.

Eppure anche noi, da un foglio bianco, costruiamo una melodia, una musica intorno a un altro essere umano. Scegliamo alcune note, ne immaginiamo la successione, l’altezza, la disposizione.

Il possibile tono della voce si traduce in segni dinamici: forte, piano, sussurrato. Al carattere assegniamo invece un tempo: moderato, adagio, allegro.

Costruiamo pagine e pagine di musica, immaginiamo l’ouverture, sviluppiamo gli atti, definiamo già un finale. E tutto questo a partire da un solo sguardo.

Siamo compositori prima ancora di essere uditori.

Poi l’altro parla.

A volte conferma il ritratto che avevamo iniziato a costruire. Altre volte lo incrina.

Una voce inattesa, una parola, un’esitazione, un modo di raccontarsi ci costringono a riascoltare ciò che pensavamo di avere già capito.

Belcore può permettersi di entrare in scena accompagnato dalla propria musica.

Nelle relazioni umane, invece, quello che crediamo di aver già ascoltato potrebbe essere soltanto il nostro preludio.

Ma cosa succede quando, seduti su quelle stesse poltroncine di velluto rosso, pensiamo di aver già capito qualcuno prima ancora di averlo ascoltato davvero?

Ora riascolta Come Paride vezzoso

Dopo aver letto il pezzo, questa musica ti fa immaginare lo stesso Belcore?

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