Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense.

*- Dante Alighieri, Inferno, canto V

Quando ragione e cuore sono in contrasto, è arduo trovare le parole giuste per esprimere quanto sentiamo, pensiamo o viviamo.

Spesso alcune lotte interiori ci lasciano smarriti e delusi quando ci accorgiamo di aver faticato ad amarci e a trovare il coraggio di affrontare determinate situazioni.

Per assecondare il cuore, a volte mentiamo a noi stessi o finiamo per credere a ciò che vorremmo fosse vero.

In questi casi, forse, può essere utile ascoltare chi ne è uscito o chi sa descrivere quello che ha vissuto. O anche chi, come noi, sta ancora cercando di capire.

Le parole dei grandi scrittori possono venirci in aiuto.

Il mio desiderio, per questo numero, è concedermi di non avere più nulla da dire e di sfruttare le parole di chi meglio di me sapeva descrivere la vita, limitandomi ad un commento più didattico che espositivo, sotto forma di esercizio di stile.

L’amore come soggetto

Analizzando dunque i versi della Divina Commedia, troviamo cose estremamente interessanti che ci dimostrano che il protagonista, spesso, è l’amore, non le persone.

AMORE, nei versi famosi del canto V, è sempre il soggetto. Prese costui, mi prese, condusse noi.

Francesca non compare mai come agente. Persino la perdita del proprio corpo è raccontata al passivo: «che mi fu tolta». Non c’è una sola azione che parta da lei.

Francesca non si è sacrificata. Francesca ha abdicato. Il suo verso descrive con precisione clinica il cuore che surclassa la ragione.

Il sacrificio è un’altra faccenda. Il sacrificio richiede che tu veda il costo, lo calcoli, e lo paghi lo stesso. Richiede un io che resti in piedi abbastanza a lungo da poter essere consegnato.

Il muro di fuoco

Quasi sessanta canti dopo, Dante ha scritto la scena opposta, e stavolta il protagonista è lui.

Purgatorio XXVII. Ultima cornice, quella dei lussuriosi. Per uscire bisogna attraversare un muro di fuoco. Dante si blocca.

Virgilio — la ragione — prova tre argomenti in ordine crescente di forza: il fuoco brucia ma non uccide; ti ho già portato salvo sull’abisso, fidati; provalo tu stesso col lembo della veste.

Tre argomenti impeccabili. Zero effetto. Al verso 33 Dante scrive la frase più onesta di tutto il poema:

«E io pur fermo e contra coscïenza.»

Contra coscïenza: sto disobbedendo a quello che io stesso so essere vero. Non ignoranza. Non dubbio. Paralisi. La fragilità del decidere non sta nell’innamorato travolto dalla passione: sta nell’uomo che ha ragionato bene e non riesce a muovere il piede.

Allora Virgilio smette di argomentare. Non trova un quarto ragionamento migliore. Cambia genere.

«Or vedi, figlio: tra Bëatrice e te è questo muro.»

Guarda com’è fatto questo verso: nessuna consolazione. Solo una preposizione, tra, che dispone tre cose in linea retta — lei, te, l’ostacolo. Non è retorica, è topografia. E funziona all’istante. Virgilio lo accompagna fino in cima e lo congeda: «libero, dritto e sano è tuo arbitrio… per ch’io te sovra te corono e mitrio». Ti faccio re e vescovo di te stesso.

Il sacrificio più duro non è entrare nel fuoco. È accorgersi che dall’altra parte chi ti ci ha portato non c’è più. Chi sceglie una strada abbandona tutte le altre. Sacrificarsi per amore non è lasciare che il cuore surclassi la ragione. È usare la ragione fino all’ultimo metro, riconoscere che oltre quel metro non serve più, e attraversare comunque. Sapendo il prezzo. Pagandolo intero.

Il fuoco non si spegne quando entri. Si spegne quando esci.

Nota della redazione. Questo testo è un estratto. L’articolo integrale è pubblicato nel numero «Amore» di Emozioni.

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