
C. G. Jung affronta la morte non come evento biologico ma come esperienza dell’anima. Nel saggio “Anima e morte” la morte diventa un passaggio di trasformazione: l’Io, stretto nella sua finitezza, è chiamato a confrontarsi con il Sé, centro più ampio della psiche. Sogni, visioni e simboli sono le rotte di navigazione: annunci di lutto e immagini di rinascita, figure psicopompe, mandala che organizzano il caos. Jung non promette dottrine sull’aldilà; propone un’etica dell’immaginazione: vivere simbolicamente, ascoltare l’inconscio, integrare ombra e contraddizioni per arrivare alla soglia meno impreparati. La forza del testo sta nel suo doppio registro: clinico e culturale. Casi, intuizioni…
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