
C’è una soglia silenziosa tra ciò che chiamiamo libertà e ciò che temiamo come male. Una soglia sottile, come carta di riso, che cede al primo respiro deciso. Fare del male per sentirsi liberi. Non è un proclama, né una giustificazione: è una constatazione nuda, spesso taciuta. Nel momento in cui scegliamo di cambiare, di sottrarci, di dire “basta”, chi è vicino – per affetto, per abitudine, per necessità – sente quel gesto come un urto, una fenditura, uno strappo. E allora, ci chiediamo: è male volersi salvare, se per salvarci dobbiamo ferire qualcuno? Ma la libertà non è un’isola. È un acquerello: i colori, per quanto distinti, sfumano sempre l’uno nell’altro.
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