Se ami il tuo lavoro non lavorerai un solo giorno della tua vita

Questa è un’emerita cavolata.

Micaela Terzi liquida così una delle frasi più ripetute sul rapporto tra passione e lavoro.

Puoi amare quanto vuoi quello che fai, ma questo non significa che sarà facile. Anzi.

La passione, come l’innamoramento, ha una forza dirompente che, se gestita male, può ostacolarci nel raggiungimento dei nostri obiettivi, per esempio paralizzando la capacità di agire o di decidere lucidamente.

La motivazione ci rende intenzionali: ci aiuta a fare quello che desideriamo davvero.

C’è poi un altro aspetto: non possiamo pensare che l’amore che proviamo per quello che facciamo venga necessariamente corrisposto. Quando lo è, è meraviglioso. Ma non è così frequente.

E soprattutto dimentichiamo il «e vissero per sempre felici e contenti».

Il per sempre lasciamolo alle favole e torniamo nel mondo reale, dove il cambiamento è la normalità e, di conseguenza, l’amore per il proprio lavoro può andare e venire, da una parte come dall’altra della relazione.

Ciò che è importante per noi può cambiare nel corso della vita. In un momento può essere il denaro, in un altro l’espressione di sé, l’impatto, o il tempo che il lavoro ci lascia per fare altre cose che ci piacciono o stare con le persone care.

Se io desidero una cosa e il mio lavoro me ne dà costantemente un’altra, i miei bisogni non sono soddisfatti e qualcosa di importante comincia a perdersi.

Se sentiamo che il nostro amore non è corrisposto non dico che dobbiamo necessariamente cambiare lavoro. Possiamo però iniziare a riflettere su ciò che vogliamo davvero per noi in quel momento.

Il primo segnale, che puntualmente ho ignorato

Ho amato profondamente alcuni progetti e ho fatto fatica ad abbandonarli, anche quando era evidente che non mi stavano dando ciò che desideravo. La prima volta è stata la più dura e, ancora oggi, se devo essere sincera, la vivo come un vero e proprio lutto.

Il primo segnale, che puntualmente ho ignorato, me lo ha dato il mio corpo.

Sentivo che qualcosa non andava, non «stavo bene», ma non sapevo dire cosa non andava esattamente. Mentre prima andavo in ufficio o lavoravo ai vari progetti con entusiasmo, ho iniziato a fare fatica ad alzarmi dal letto e non avevo più voglia di andare al lavoro.

Mi sentivo come quando, all’inizio della scuola media, mi alzavo la mattina con il mal di pancia e il desiderio di non doverci andare.

Poi quel malessere si è fatto sempre più forte, è diventato una sorta di ansia generalizzata.

Vivevo sulle spine.

Non sapevo che cosa mi aspettasse quel giorno, se sarebbe stata una buona o una cattiva giornata.

Poi ho iniziato a fare fatica anche a lavorare con le persone che fino a poco tempo prima erano quelle con cui mi sentivo più a mio agio. Sono venuti i litigi, le incomprensioni. Ho capito che le cose stavano prendendo una direzione che non era più allineata con la mia visione.

Saper distinguere

Una cosa è il lavoro che faccio, la mia professione, un’altra è l’azienda per cui lavoro. Anche se potrebbero sembrare la stessa cosa. Se io sono disallineata con i valori di un’azienda posso continuare a fare lo stesso lavoro, ma da un’altra parte, dove la mia visione e quella aziendale sono complementari. A volte però le persone sentono di non potersene andare, per i motivi più disparati.

Ma se decidiamo di rimanere a lavorare per un’azienda, i nostri valori e quelli dell’azienda non devono per forza coincidere; non si devono però contraddire.

Se uno dei miei valori fondanti è il benessere e la mia azienda è focalizzata soprattutto sui risultati a discapito del benessere delle persone, allora qualcosa non va.

Per chi lavora in proprio, secondo me, la cosa si fa ancora più complessa: il libero professionista è al tempo stesso il lavoratore e l’azienda. E soprattutto, di solito, chi apre partita IVA lo fa per un progetto che lo appassiona molto.

Dire di no a certi ritmi o alle richieste folli dei clienti ci sembra impossibile. Finiamo per lavorare a qualsiasi ora del giorno e della notte e per rispondere sempre alle email, perché non riusciamo a vedere il lavoro come... lavoro.

Lo percepiamo come la nostra vita, come la nostra più grande passione.

Non sentiamo la fatica, abbiamo la sensazione di fare le cose con una facilità estrema e quindi non ci sembra nemmeno di lavorare.

Ma questo atteggiamento poi si paga col tempo.

Quando «sentiamo molto nostro» un lavoro siamo portati a spingerci oltre i limiti.

In questo caso è fondamentale lavorare non solo sui valori, ma anche sui nostri bisogni e sui nostri confini.

Le organizzazioni spesso si raccontano come «grandi famiglie», pensando che questo possa motivare e far sentire meglio le persone.

Per me il mito della grande famiglia al lavoro può diventare molto tossico. In azienda la fiducia non è qualcosa di assodato: va costruita. E lo stesso vale per la passione, il senso di quello che si fa e il benessere.

Spesso, quando lavoro con manager e imprenditori, raccolgo le loro lamentele sul fatto che le persone in azienda non siano coinvolte o motivate. Ma se guardiamo più da vicino la situazione, ci accorgiamo che i vertici dell’organizzazione tendono a chiedere costantemente qualcosa e spingono le persone ai cambiamenti senza creare un percorso che le aiuti ad affrontarli.

Per far star bene le persone al lavoro non basta mettere un calcetto in sala mensa.

Non basta nemmeno creare complicate piattaforme con servizi che non interessano a nessuno.

Il benessere in azienda si costruisce ascoltando le persone e i loro bisogni, senza dare per scontato che quello che penso io sia quello che «fa bene» a tutti.

«Non puoi mollare»

Ripensando al passato, c’è un progetto in particolare che ho amato in modo viscerale. A un certo punto ho capito che qualcosa non funzionava più. Eppure, tra il momento in cui l’ho capito e quello in cui me ne sono andata sono passati non mesi, ma anni.

A trattenermi sono state principalmente quattro cose: le relazioni professionali e personali che non volevo compromettere; l’amore per il progetto complessivo che stavo portando avanti; le conseguenze negative che pensavo avrebbero subito le persone che lavoravano per me; quella voce insidiosa che mi diceva: «Non puoi mollare».

Mi sono spinta fino al punto di non ritorno.

Poi nella mia vita c’è stato un lutto, questa volta reale e non metaforico come quello del lasciare andare un progetto tanto amato. Sono riuscita a mettere tutto in prospettiva.

Ho capito che tutta quella sofferenza per tenere vivo qualcosa che non c’era più non aveva senso.

Ho lasciato il progetto e ho sofferto tantissimo.

Ricordo ancora il momento in cui sono scoppiata in lacrime davanti a mia madre dicendo: «Ho sbagliato tutto nella vita». Un po’ drama queen, devo dire, ma in quel momento era quello che sentivo per davvero.

In realtà quella decisione è stata la migliore che potessi prendere. Perché mi ha permesso di ricostruirmi e mi ha insegnato un sacco di cose su di me, su cosa cerco nei progetti di lavoro e nelle persone con cui voglio lavorare.

Quando emozioni opposte convivono

Ci sono momenti in cui amo profondamente quello che faccio, ma al tempo stesso posso provare «odio» per certi contesti in cui lo faccio o per certe situazioni che si creano.

Quando parliamo di emozioni e sentimenti togliamo il filtro dell’«o/o». O lo amo o lo odio. In realtà non è così.

Io posso amare il mio lavoro e allo stesso tempo odiarlo. Può rendermi felice e infelice. Può soddisfarmi e preoccuparmi.

Proviamo strati di emozioni, ne sentiamo tante, tutte insieme, ma a volte non riusciamo a distinguerle.

Navigare le emozioni significa sentire tutto: anche quelle emozioni che sembrano in contraddizione.

Accettare tutti questi «strati» significa utilizzarli come preziosi dati da raccogliere e analizzare per aiutarci a decidere come comportarci.

Se escludiamo alcune emozioni, se facciamo finta che non ci siano o non ci concediamo di provarle, ci mancano dei tasselli del puzzle e scegliere diventa più difficile.

Quando ignoriamo le nostre emozioni e non le facciamo entrare nell’equazione, inseriamo il «pilota automatico» e facciamo quello che va fatto, non perché lo abbiamo deciso ma perché non sappiamo scegliere.

Alla fine una scelta va fatta. Altrimenti si rischia di rimanere in un limbo per sempre.

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