Ci sono progetti che nascono da una strategia precisa. E poi ce ne sono altri che sembrano emergere lentamente, quasi senza che chi li crea riesca davvero a comprenderli fino in fondo.

Quando Emozioni nasce, nel 2018, non è ancora una rivista nel senso in cui la conosciamo oggi. Non nasce come manifesto culturale. Non nasce come progetto identitario.

Nasce per ragioni pratiche.

Marco Silvio Jäggi lo racconta con una sincerità disarmante:

Avevo iniziato una famiglia. Volevo vivere nel mio territorio. Non potevo più continuare a svolazzare tra i continenti.

Per anni aveva lavorato nella consulenza internazionale, attraversando aziende, organizzazioni e contesti molto diversi tra loro. Poi qualcosa cambia. O forse, più precisamente, qualcosa inizia lentamente ad affiorare.

Una domanda.

"Che cosa farò da grande?"

Sorride mentre lo racconta, ma dietro quella frase si percepisce qualcosa di molto più profondo di una semplice transizione professionale.

Da lì inizia un percorso che attraversa marketing, psicologia applicata, benessere organizzativo e relazioni umane. E quasi senza accorgersene, Marco si ritrova sempre più vicino a un territorio che fino a pochi anni prima avrebbe probabilmente considerato distante.

Quello delle emozioni.


"È stata una goccia dopo l'altra"

Marco non parla mai di illuminazioni improvvise.

Non c'è un momento eroico. Non c'è una grande svolta narrativa.

Parla piuttosto di aperture progressive.

Libri letti nel momento giusto. Persone incontrate lungo il cammino. Errori. Relazioni vissute male. Consapevolezze arrivate lentamente.

È stata una goccia dopo l'altra.

Poi arrivano alcune letture sull'intelligenza emotiva e sul flow. E qualcosa cambia davvero.

Se ne siamo inconsapevoli, ci agiscono.

Fa una pausa.

Non siamo più noi che agiamo. C'è l'emozione che ci attiva.

Nel raccontarlo non c'è il tono di chi ha trovato una teoria affascinante. Sembra piuttosto il racconto di qualcuno che ha iniziato a vedere in modo diverso la propria vita, le relazioni, il lavoro, perfino i propri fallimenti.

Perché il punto, dice, non era capire gli altri.

Era capire sé stesso.


La ferita invisibile

A un certo punto della conversazione il tono cambia.

Marco parla della propria generazione. Di un'educazione in cui emozione e vulnerabilità venivano spesso percepite come debolezza.

Vengo da una generazione in cui fin da piccolo ti dicono: non comportarti come una femminuccia.

Ride mentre lo dice. Ma subito dopo torna serio.

Le emozioni non contavano. Contava la razionalità.

Poi aggiunge qualcosa che rimane sospeso nella stanza per qualche secondo.

Scoprire che non era così... è stato come rompere la volta del cielo.

Forse è anche qui che inizia davvero Emozioni. Non da una strategia editoriale.

Ma da una frattura.

Dal momento in cui una persona inizia ad accorgersi che esiste un'intera parte dell'esperienza umana che aveva imparato a ignorare.


«Io sono uno specchio»

Nel corso dell'intervista emergono più volte parole che Marco sembra rifiutare istintivamente.

Guru. Maestro. Esperto.

Non si riconosce in nessuna di queste.

A un certo punto usa invece un'immagine che ritorna più volte durante la conversazione.

Le persone hanno già tutto dentro di loro. Io non faccio nient'altro che specchiare quello che hanno, permettere loro di vedersi.

È probabilmente uno dei punti più importanti per capire il tono che Emozioni ha assunto negli anni.

La rivista raramente cerca di spiegare alle persone come vivere. Non propone formule. Non costruisce identità ideologiche.

Piuttosto apre spazi.

Non offrire soluzioni, ma aprire porte.


Il ritorno a casa

Quando si parla della parola "casa", qualcosa cambia nel volto di Marco.

Si commuove davvero.

Mi emoziona questa parola.

Ma la casa di cui parla non è geografica. Non è il luogo in cui si vive.

Casa è l'essere compiuti, finalmente.

Poi aggiunge qualcosa che attraversa silenziosamente tutta l'intervista.

È una casa che penso raggiungerò solo al termine della mia vita. Non dico neanche probabilmente, ma sicuramente.

In quel momento diventa chiaro che Emozioni non è soltanto una rivista sull'intelligenza emotiva.

È anche il tentativo umano di avvicinarsi, passo dopo passo, a qualcosa di più autentico.


Quando il progetto diventa più grande di te

All'inizio, racconta Marco, Emozioni era una sorta di house organ. Ma precisa di averla quasi subito sentita come qualcosa di più grande.

Poi lentamente succede qualcosa che lui stesso non si aspettava.

Le persone iniziano a conservare le copie. A sottolinearle. A rileggerle mesi dopo. A regalarle. A scrivere alla redazione.

Emozioni non lascia mai indifferenti.

Dopo il Covid, racconta, accade qualcosa di ancora più profondo.

Le persone si sono affezionate. Non solo i lettori. Anche gli inserzionisti.

Fa una pausa.

Non l'ho mai sentita come mia. L'ho sentita sempre come qualcosa di più grande, se non nelle prime tre edizioni.

E aggiunge che il progetto portava avanti un messaggio capace di trascendere il valore del numero di copie e del numero di lettori.

Ed è forse lì che Emozioni smette definitivamente di essere soltanto una rivista.

Diventa un luogo condiviso.


Il prezzo vero

Da fuori, Emozioni può sembrare un progetto culturale elegante, lento, quasi naturale.

Ma durante la conversazione emerge anche un'altra dimensione: quella della fatica.

Non la fatica romantica. Quella vera.

Le notti.

I dubbi.

La paura di non riuscire a mantenere ciò che è stato promesso.

Ci sono state notti insonni in cui pensavo: ce la faccio ancora a pubblicarla?

Poi il pensiero corre immediatamente agli abbonati, agli inserzionisti, alle persone che hanno creduto nel progetto.

Non ce la farò più. Adesso devo ridare i soldi agli abbonati e agli inserzionisti.

Sorride mentre lo racconta, ma non abbastanza da nascondere quanto questa responsabilità sia reale.

Se prometto qualcosa, la mantengo.

E subito dopo arriva una frase che sembra spiegare molto più del progetto stesso.

Deludere qualcuno sarebbe una disintegrazione personale.


"Quando mando il numero in stampa, mi commuovo"

C'è un passaggio dell'intervista che restituisce forse più di tutti il rapporto emotivo che Marco ha con il progetto.

Parla del momento in cui il numero viene chiuso e inviato in tipografia.

Sorride. Poi abbassa leggermente lo sguardo.

Quando premo il tasto invio per mandare i PDF in stamperia, mi commuovo.

Pausa.

È come se fosse nato un altro bimbo.

Lo dice senza retorica. Quasi con stupore.

E forse è proprio questo che colpisce di più durante la conversazione: il fatto che dopo anni, fatica, notti insonni e dubbi continui, quella commozione sia ancora viva.


Carta, immagini e tracce che restano

Nel tempo Emozioni ha iniziato ad aprirsi anche a nuovi percorsi digitali. Ma quando si parla della carta, Marco torna spesso sull'esperienza concreta della lettura: il gesto di sfogliare, sottolineare, fermarsi su una pagina, ritrovare una frase mesi dopo.

La carta deve essere a prova di lacrime.

Poi ride.

Io sono il primo a commuovermi. Anche leggendo quello che scrivo io. È quasi follia.

Lo stesso vale per le immagini presenti nella rivista.

Per Marco non devono semplicemente essere "belle".

Devono lasciare qualcosa.

Devono provocare.

Ricorda una fotografia di guerra, tecnicamente imperfetta ma emotivamente dirompente.

È meglio di un articolo contro la guerra. Chiarisce tutto.


Le voci, prima dei ruoli

Uno degli aspetti che più colpiscono ascoltandolo parlare di Emozioni riguarda il modo in cui sceglie le persone e le storie da accogliere nella rivista.

Non cerca status. Non cerca autorevolezza formale.

Ero convinto che avessero qualcosa di importante da dire, indipendentemente dalle qualifiche e dalla professione.

E racconta di avere incontrato lungo il cammino persone diversissime tra loro: professionisti, artisti, ex militari, mediatori, persone con percorsi fragili o irregolari, ma capaci di portare uno sguardo autentico sull'esperienza umana.

Perché, in fondo, è questo che continua a cercare.

Non perfezione.

Presenza.


"Io sono un viandante"

Verso la fine dell'incontro, Marco torna su un'immagine che sembra raccontarlo profondamente.

Io sono un viandante.

Non un custode. Non qualcuno arrivato alla meta.

Piuttosto una persona che attraversa esperienze, raccoglie domande e continua a interrogarsi lungo il cammino.

Poi, parlando delle nuove generazioni, qualcosa nel suo tono cambia ancora.

Diventa più luminoso.

Ho molta fiducia nei giovani.

E subito dopo aggiunge una frase che sembra racchiudere anche il senso più profondo di Emozioni.

Avranno la capacità di trasformare il tempo chronos, il tempo che scorre, in kairos: il tempo che vale la pena di vivere, l'attimo in cui vivi.

Forse è anche per questo che Emozioni continua a esistere.

Non perché offra risposte facili. Non perché insegni come vivere.

Ma perché, numero dopo numero, continua a creare uno spazio raro: un luogo dove le persone possono fermarsi abbastanza a lungo da ascoltare ciò che si muove dentro di loro.

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La storia continua

La storia di Emozioni continua nella forma che il progetto sta scegliendo per entrare nel digitale: un passaggio fatto di lavoro invisibile, decisioni, dubbi e di una promessa rivolta a chi legge.

Leggi «Perché Emozioni entra nel digitale senza diventare più veloce»